Associazione i bambini di Bullenhuser Damm
Günther Schwarberg durante la cerimonia commemorativa del 2007 © Silke Goes


Alla fine dell’anno 2013 Günther Schwarberg è stato onorato per i suoi meriti anche pubblicamente: una strada nel quartiere di Amburgo Schnelsen-Burgwedel porta il suo nome. © Barbara Hüsing

Il giornalista Güther Schwarberg

Günther Schwarberg è nato nel 1926 ed è cresciuto a Brema-Vegesack.
Da suo padre, un insegnante, aveva assunto ben presto un atteggiamento critico nei confronti del nazionalsocialismo. Definisce la sua fanciullezza e la sua giovinezza “non felice”. La sua vita è stata influenzata dai terribili eventi del nazionalsocialismo e della guerra. Günther Schwarberg considera l’8 maggio 1945 il giorno più felice della sua vita, aveva 18 anni e avrebbe dovuto andare in guerra. Dopo l’autunno del 1945 ha lavorato come giornalista dapprima a Brema per il “Weser-Kurier” e le “Bremer Nachrichten”, più tardi tra l’altro per un servizio stampa, per “Bild am Sonntag”, “Constanze” ed infine per oltre 20 anni per la rivista “Stern”. Fino alla sua morte il 3 dicembre 2008 è stato libero giornalista e scrittore. Il suo lavoro più importante è stata la storia dei “Bambini di Bullenhuser Damm”, apparsa dapprima come una serie di articoli nella rivista “Stern” e successivamente pubblicata in un libro. Con sua moglie, Barbara Hüsing, avvocatessa, ha rintracciato i parenti dei bambini uccisi ed ha fondato assieme a loro nel 1979 l’Associazione “I bambini di Bullenhuser Damm”. Così è riuscito a far sì che il luogo del massacro, la scuola di Bullenhuser Damm, divenisse un memoriale e fosse inaugurato un giardino di rose per ricordare le vittime uccise.
Günther Schwarberg è stato per molti anni il presidente dell’Associazione “I bambini di Bullenshuser Damm”. Assieme alla moglie Barbara Hüsing ha tenuto tante conferenze sulla tragica fine dei bambini. Era stata progettata una grande mostra itinerante su questo tema e nel 1986 è stato insediato a Bullenhuser Damm un Tribunale Internazionale presieduto dall’ex giudice costituzionale Martin Hirsch. Prendendo come esempio la strage dei bambini il Tribunale ha esaminato il fatto perché mai la giustizia tedesca non avesse elaborato i crimini nazisti.

Günther Schwarberg e Barbara Hüsing hanno ricevuto nel 1987 la medaglia Anne Frank. L’ultimo libro di Günther Schwarberg “Das vergesse ich nie” (“Questo non lo dimenticherò mai”) è stato pubblicato nel 2007. Sono i ricordi di un giornalista.

I LIBRI DI GÜNTHER SCHWARBERG

  • Der Juwelier von Majdanek
    Gruner und Jahr, Hamburg 1981
  • Angriffsziel Cap Arcona
    Gruner und Jahr, Hamburg 1983
  • Der letzte Tag von Oradour (con Lea Rosh)
    Steidl Verlag, Göttingen 1988
  • Die letzte Fahrt der Exodus
    Göttingen 1988
  • Der SS-Arzt und die Kinder vom Bullenhuser Damm
    Göttingen 1988
  • Das Getto (volume illustrato il Ghetto di Varsavia)
    Göttingen 1989
  • Die Mörderwaschmaschine
    Steidl Verlag, Göttingen 1990
  • Der letzte Tag von Oradour
    Göttingen 1992
  • Meine zwanzig Kinder
    Göttingen 1996
  • Es war einmal ein Zauberberg. Eine Reportage aus der Welt des deutschen Zauberers Thomas Mann
    Rasch und Röhring, Hamburg 1996
  • Sommertage bei Bertolt Brecht. Tagebuchskizzen unter dem dänischen Strohdach
    Rasch und Röhring, Hamburg 1997
  • Bremer Geschichten
    Donat Verlag, Bremen 1999
  • Im Ghetto von Warschau. Heinrich Jösts Fotografien
    Steidl Verlag, Göttingen 2001
  • Dein ist mein ganzes Herz. The story von Fritz Löhner-Beda, der die schönsten Lieder der Welt schrieb, und warum Hitler ihn ermorden ließ
    Steidl Verlag, Göttingen 2002
  • Das vergess ich nie. Erinnerungen aus einem Reporterleben
    Steidl Verlag, Göttingen 2007

“Corri, Shifra, corri!” di Günther Schwarberg

(pubblicato nel 2005 sul giornale di Ossietzky Zweiwochenschrift für Politik, Kultur, Wirtschaft)

Sono trascorsi 27 anni da quando con mia moglie Barbara Hüsing sono sceso per la prima volta nella cantina della scuola di Bullenhuser Damm di Amburgo. Quando siamo usciti una anziana signora ha abbracciato Barbara e le ha detto: “Piangere non basta. Bisogna lottare.” Non abbiamo dimenticato queste parole di insegnamento. La signora, Ille Wendt, è morta da molto tempo. È stata attiva nella Resistenza.

In questa cantina sono stati impiccati venti bambini ebrei. Erano venuti da Auschwitz, di età compresa tra i cinque e i dodici anni. Dieci femmine e dieci maschi. Nel campo di concentramento di Neuengamme nei pressi di Amburgo il medico delle SS Kurt Heißmeyer aveva fatto esperimenti medici, aveva iniettato sottopelle i bacilli della tubercolosi. Aveva fatto asportare chirurgicamente le ghiandole ascellari per vedere se si fossero formati anticorpi contro la tubercolosi. Il fatto è successo proprio alla fine della guerra. Per eliminare i testimoni viventi dei loro crimini ha fatto impiccare i bambini il 20 aprile 1945 e ha fatto cremare i cadaveri.

Dopo il 1945 altri bambini hanno frequentato questa scuola, ma nulla fu detto del crimine consumato nella cantina. Sembrava dimenticato questo massacro. Un piccolo gruppo di ex combattenti della Resistenza si raccoglieva tutti gli anni nella cantina della scuola. Ogni anno erano sempre meno i presenti.

Mi sono chiesto: perché sei diventato giornalista, se non per scrivere questa storia il più esattamente possibile? Forse da qualche parte nel mondo ci sono ancora genitori, sorelle, fratelli che non sanno cosa sia successo ai loro bambini e li stanno ancora cercando.

Ella Kozlowsi, cugina di Riwka Herszberg, con Günther Schwarberg nella strada che porta il nome di Riwka Herszberg

Da allora siamo noi che cerchiamo. Ho trovato un elenco con i loro nomi, la loro età e l’indicazione del Paese di provenienza, scritto in segreto da un prigioniero danese. Ho trovato fotografie degli esperimenti fatte da un uomo delle SS. Ma non potevo collegare i nomi ai volti. Ho fatto fare manifesti con le foto e i nomi, in diverse lingue, e li ho spediti nei diversi Paesi di provenienza dei bambini e in Israele. A Tel Aviv, l’impiegata della Procura di Stato Ella Kozlowski vedendo il manifesto ha esclamato: “Questa è mia cugina.” Mi ha scritto, è venuta ad Amburgo, ha raccontato la storia, che da Berlino passando per Varsavia, Auschwitz, Brema la portò in Israele. E la storia della cugina di sei anni Riwka Herszberg di Zdunska Wola in Polonia. Il papà Mosche Jakob Herszberg aveva una piccola fabbrica tessile. È stato ucciso ad Auschwitz. La mamma Mania è sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz ed è emigrata negli Stati Uniti dove si è sposata. Quando Ella Kozlowski le scrisse dove era stata uccisa la sua bambina Riwka è stata colpita da un grave ictus. Non era più in grado di riconoscere dalla fotografia la propria figlioletta. Poco dopo morì. Ma Ella è venuta ad Amburgo finché è stata in grado di vedere ed è divenuta nostra amica. Una volta portò con sé una signora di Brema, Henny Brunken, che le aveva dato di nascosto pane e generi alimentari, quando i prigionieri dovevano ripulire le strade dalle macerie dopo i bombardamenti. Ad Amburgo Felicija Zylberberg ha riconosciuto dalla fotografia apparsa sulla rivista “Stern” la nipotina Ruchla Zylberberg di Zawichost sulla Vistola, figlia del calzolaio Nison Zylberberg. Quando le truppe tedesche hanno invaso la Polonia Felicija era in attesa di un bambino. Era scappata con suo marito e con Nison superando il confine nel territorio occupato dai russi. Volevano tornare indietro non appena fosse stato possibile, per prendere Ruchla con la sorella Esther e la mamma Fajga.

Ruchla Zylberberg

Ma lo stesso giorno, quando nel 1941 arrivò il permesso, i tedeschi invasero l’Unione Sovietica. La famiglia Zylberberg venne trasportata in Usbekistan. Non c’era quasi nulla da mangiare. Il figlioletto Maxim di Felicijas era quasi morto di fame durante il viaggio.

Dopo la guerra la famiglia Zylberberg è ritornata in Polonia. Fajga con i due bambini sono stati deportati ad Auschwitz. In Polonia c’era ancora antisemitismo, anche qui sono stati cacciati via. Felicija e suo marito sono andati ad Amburgo. Nison a New York. Quarant’anni dopo la strage sono venuti a sapere cosa era successo a Ruchla. Egli è venuto ad Amburgo, è rimasto in silenzio là dove fu uccisa la sua bambina, non disse una parola. È morto tre anni fa.

In molte occasioni fu il caso ad aiutarci. Nel 1983 alcuni amici di Amburgo ci parlarono di una loro vicina: lei e il suo bambino Georg erano stati deportati ad Auschwitz assieme al piccolo Sergio De Simone, che figura nel nostro elenco. Georg e Sergio erano compagni di giochi.

Due signore si mostrano i numeri tatuati al loro arrivo nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1944: Gisella De Simone, la mamma di Sergio, con il numero 76516 e Margarete Wilkens con il numero 76515 (in alcune pubblicazioni sono stati riportati erroneamente i numeri 765516 e 765515). © KZ-Gedenkstätte Neuengamme, Sammlung Günther Schwarberg, 2002-0957

Ed infine abbiamo trovato la mamma di Sergio a Napoli. Il 19 aprile 1984 la abbiamo accolta con un mazzo di fiori alla stazione centrale di Amburgo. Dalla vettura letto è scesa una delicata anziana signora. Conosce questa signora? Ho chiesto alla mamma di Sergio e le ho mostrato la mamma di Georg. La guardò in faccia. No.

Le due anziane signore tirano su la manica dei loro abiti e si mostrano i numeri tatuati ad Auschwitz. La mamma di Georg aveva il numero 76 515, la mamma di Sergio 76 516. Il 20 aprile 1985 Gisella De Simone si trova sul luogo dove è stato ucciso il suo bambino. Era accompagnata da molti amici tedeschi e italiani. Quando è rientrata a Napoli, si è congedata ed ha detto: “Non voglio credere che egli sia morto. Voglio diventare molto vecchia affinché egli abbia ancora una mamma quando ritornerà.” Siamo rimasti profondamente colpiti dalla notizia della sua morte a Napoli avvenuta nel 1988.

Sergio De Simone con le cugine Tatjana e Alessandra il 29/11/1943, giorno del suo compleanno. Nel 1944 le due bambine furono deportate assieme a Sergio ad Auschwitz.

Ora vengono le due cugine di Sergio, Andra e Tatiana, che dopo Auschwitz non volevano più parlare con tedeschi, non volevano leggere giornali tedeschi, non volevano usare elettrodomestici tedeschi. L’anno scorso quando sono venute Andra ha detto a Barbara e a me, due tedeschi: ”Vi vogliamo bene”. Siamo riusciti a trovare altri parenti, storie incredibili. Ad esempio la storia di Shifra Mor. In Israele sul giornale Ma’ariv aveva letto la storia dei bambini di Bullenhuser Damm ed aveva scoperto il nome di sua sorella Bluma Mekler. Nel 1998 è venuta ad Amburgo e ci ha raccontato la sua storia. I suoi genitori avevano un negozio di fronte al municipio della città Sandomierz nella Polonia meridionale. La famiglia era molto religiosa. Tanto religiosa che la nonna Esther Chaja nata Adler aveva rifiutato di emigrare in Argentina perché non era sicura che là ci fosse cibo koscher. La famiglia Mekler è rimasta. Solo lo zio di Shifra è emigrato in Argentina ed è sopravvissuto all’Olocausto.

Shifra Mor nel giardino di rose del Memoriale, 2009 © Silke Goes

Nell’ottobre del 1942, quando lei aveva cinque anni e sua sorella otto anni era stata fatta una retata a Sandomierz, la mamma gridò: “Corri, Shifra, corri!” E lei corse via e non ha mai più visto la sua famiglia. Una vicina polacca la nascose in una stalla, in una buca. La bimba è rimasta due anni e mezzo in questo nascondiglio, così è sfuggita ad una seconda retata ed è stata presa da un ufficiale ebreo sovietico dopo la liberazione come se fosse una propria figlia. Pesava otto chili. Voleva prenderla con sé a Mosca e adottarla, ma non gli fu permesso. Così la portò in un orfanotrofio a Lublino. Da qui fu portata nel kibbutz Mischmar Ha’emek in Israele. Una ebrea tedesca, Hanna Wolf, la curò come una mamma e ricevette il nome ebreo Mor, mirra.

Ad Amburgo non ce la faceva a scendere nella cantina: “Pensavo di essere una persona forte, pensavo che la mia vita mi avesse temprato . E invece quando mi sono trovata nella cantina mi sembrava di essere a pezzi. L’impressione è stata così forte che tremavo in tutto il corpo.” Il giorno dopo è stata invitata a far visita in un asilo della Croce Rossa che porta il nome della sorella. È stata una cosa straordinaria, i bambini le hanno chiesto di raccontare della sua vita e delle sue sorelle, le hanno cantato canti ebrei, le hanno fatto dei disegni. “Mi son detta, i bambini che fanno tali domande, sono le generazioni, che eviteranno in futuro atrocità fatte dall’uomo come l’olocausto.” Viene tutti gli anni ad Amburgo.

Ans van Staveren

Una persona non è mai stata da noi: Ans van Staveren di Utrecht. È la zia dei fratelli Eduard e Alexander Hornemann di Endhoven, deportati con i genitori ad Auschwitz. Nessuno è ritornato. Ans si era nascosta in un paese in un porcile e più tardi in un convento. Quando ha saputo da noi che i due nipoti erano stati impiccati ad Amburgo e noi le abbiamo chiesto di venire alla cerimonia commemorativa di Amburgo aveva rifiutato. “Non mi reco in un Paese nel quale l’assassino di mio nipote non è stato punito.”

Arnold Strippel, il comandante delle SS che aveva ordinato la strage nella scuola di Bullenhuser Damm non è mai stato processato per questo fatto. L’autorità giudiziaria di Amburgo ha trovato sempre migliaia di giustificazioni. Fu detta una frase terribile per giustificare il fatto che questo assassinio non era da considerare ”crudele e spietato”: “Ai bambini non è stato fatto altro male che quello di aver tolto loro la vita.”

Abbiamo capito il significato delle sue parole. Siamo stati a trovarla tante volte per i compleanni, per ricorrenze. È divenuta la nostra “zia Ans”. Il 25 luglio siamo invitati con tanti altri amici. La zia Ans compirà cento anni.